Percepivano contributi pubblici senza averne titolo: 38 indagati per il “compost fantasma”

Trentotto indagati nell’inchiesta sul cosiddetto «compost fantasma».

Affidata alla Guardia di finanza, era stata coordinata dal pm Cinzia Saracino che, prima di lasciare Alessandria per la procura di Genova, l’aveva praticamente conclusa. Ora il pm Andrea Padalino ha firmato e notificato gli avvisi di chiusura indagini ad agricoltori della provincia che, secondo l’accusa, in concorso con Fabio Fracchia(inizialmente dipendente e poi consulente esterno della società Impresa Verde srl, collegata alla Coldiretti), con Piero Eugenio Torchio (la cui posizione è stata però archiviata, quindi non è più indagato) e con Simone Moroni (direttori pro tempore della stessa società) tra i 2012 e il 2015 avrebbero «indebitamente percepito contributi agroalimentari» pur senza essere «in possesso dei requisiti e delle condizioni» stabilite da un bando regionale. Ogni azienda avrebbe incassato, senza averne diritto, secondo la Procura, da 5 a 25 mila euro ciascuna.

 La Regione Piemonte aveva predisposto un Piano di sostegno rurale (Psr) contenente una misura specifica che mirava a incentivare, in alternativa ai prodotti chimici, l’uso di compost naturale come fertilizzante e ammendante.Poiché è accertato che il compost naturale ha una minore resa fertilizzante, agli agricoltori che accettavano di spargerlo sui propri terreni veniva riconosciuto un contributo di 180 euro a ettaro.

Di redigere il preventivo «progetto collettivo», si era fatta carico, a favore dei propri iscritti, la Coldiretti, attraverso la srl «Impresa Verde» di cui ha il 97% delle quote. Il progetto prevedeva un accordo con l’Aral che si impegnava a fornire il compost agli agricoltori. Ogni anno, poi, ciascuna azienda, affidandosi a Impresa Verde, richiedeva e otteneva i contributi, ritirava il compost dall’Aral e lo pagava. Cerchio virtuoso, senonché Aral, a un certo punto, non fu più in grado di fornire il compost in quantità necessaria. Gli agricoltori, però, continuarono a percepire i contributi, senza spargerlo.

Quando la Provincia, che aveva il compito di eseguire controlli, trovò una fattura nei confronti di un’azienda agricola per il pagamento del compost, ne chiese conto all’agricoltore che cascò dal pero: «Non ne so nulla» disse. E, con altrettanta sincerità, risposero anche gli altri.

E, dunque, perché continuarono a percepire quei contributi? Secondo la linea difensiva, che avrà modo di essere argomentata nelle prossime fasi del procedimento, il fertilizzante naturale non sparso un anno avrebbe magari potuto essere disponibile l’anno successivo e, in ogni caso, se le aziende alla fine fossero state in debito nei confronti della Regione, sarebbe stata applicata (come del resto in molti casi è avvenuto e come è prassi documentata) la compensazione con altre forme di contribuzioni (che, poi, non avrebbero più percepito).

 

( si ringrazia La Stampa; tutti i diritti sono del proprietario)

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