Inchieste sui dati rubati, Europa e Stati Uniti a tenaglia su Facebook

 Il «datagate» che ha travolto Facebook causa la prima defezione illustre a Menlo Park, quella del capo della sicurezza informatica Alex Stamos che lascia il proprio incarico nel giorno in cui le autorità americane aprono un’inchiesta sull’operato del social media, mentre il suo fondatore, Mark Zuckerberg, viene chiamato a «chiarire» dal parlamento europeo e dalle autorità britanniche. Il tutto con il nuovo tonfo del titolo a Wall Street e l’ondata di malessere diffuso sul web dove «cancellarsi o no da Facebook?» è la domanda virale del momento.

 Dopo il lunedì nero che ha trascinato la società negli abissi della finanza, per il re dei social sono iniziate le grane istituzionali. La Commissione parlamentare britannica su cultura, media e digitale ha chiesto a Zuckerberg di comparire per un’audizione sullo scandalo relativo all’abuso dei dati di milioni di utenti che coinvolge Facebook e la società di consulenza politica Cambridge Analytica. A renderlo noto è stato il presidente della commissione, Damian Collins, che accusa il management dell’azienda di aver «ingannato» l’organismo in precedenti audizioni.

 

Il Guardian intanto rivela che i vertici di Cambridge Analytica si sarebbero vantati di aver «fatto vincere Trump». In attesa di «un’indagine indipendente e completa» Cambridge Analytica ha sospeso il suo amministratore delegato Alexander Nix, «non rappresenta i valori della società e la sua sospensione riflette la serietà con la quale consideriamo questa violazione» spiega la società in una nota.

Poco dopo negli Stati Uniti, si diffonde la notizia che la Federal Trade Commission, l’antitrust americana, ha avviato un’indagine sul caso, per capire se Facebook abbia violato un accordo ventennale sulla privacy dei suoi utenti siglato nel 2011. Violazione che potrebbe prevedere una multa di 40 mila dollari per ogni utente ingannato, per un totale di 2 mila miliardi. Mossa condivisa dal presidente Donald Trump il quale «ritiene che i diritti alla privacy degli americani dovrebbero essere tutelati», come afferma il vice portavoce della Casa Bianca, Raj Shah. Nel frattempo si mobilita anche Bruxelles. Secondo il Garante Ue per la privacy Giovanni Buttarelli, il datagate «potrebbe essere lo scandalo del secolo», e quanto avrebbe fatto Cambridge Analytica «solo la punta dell’iceberg». E Bruxelles ipotizza anche il reato di frode nei confronti di Facebook.

Menlo Park, la sede del social network, si ritrova così sotto assedio dinanzi al quale arriva la prima defezione, quella del responsabile della sicurezza informatica Alex Stamos, che ha parlato di «disaccordi interni» su come affrontare la vicenda e su come i vertici del gigante dei social media hanno gestito la questione delle «fake news» diffuse sulla piattaforma.

Una polemica quella di Stamos, particolarmente accesa con il direttore generale del gruppo Sheryl Sandberg, assieme a Zuckerberg, tra i principi bersagli della critica per il loro operato fosco. L’addio di Stamos viene letto come un barometro delle tensioni che stanno contagiando tutto il gruppo dirigente di Facebook. Il primo tentativo di reazione del social arriva con un accusa alla compagnia inglese: «L’intera società è indignata, siamo stati ingannati», si afferma, assicurando come sia Mark Zuckerberg sia Sheryl Sandberg stanno lavorando per appurare i fatti e prendere le misure più adeguate. «Siamo impegnati a rafforzare le nostre policy per proteggere le informazioni personali e prenderemo qualunque iniziativa perché questo accada».

A metterci il carico però è un ex di Facebook, Sandy Parakilas, che accusa i vertici del gruppo di «gestione lassista» sul fronte della gestione dei dati e dei rapporti con i programmatori esterni: «Tutto questo poteva essere evitato». Lo scandalo ormai travolge tutto e tutti: il titolo di Facebook segna il secondo tonfo consecutivo a Wall Street (-2,56%) e questa volta trascina nel baratro l’impotente Twitter (-10,7%). Mentre sul Web inizia il “click al bersaglio”, con colpi caricati ad hashtag come #DeleteFacebook e #WhereisZuck preludio della corsa alla primo cyber-esodo dell’era social.

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